Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 7 giugno 2011

‘Ntu culu al nucleare!

Il 12 e 13 giugno
non dimenticare di andare a votare!

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Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 15 aprile 2011

Il problema senza la soluzione

Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 2 aprile 2011

Aspettando ancora Garibaldi

Venerdì 8 aprile alle ore 19,00

presso

Auditorium Casalinuovo

CATANZARO


 

Per informazioni: info@gregoriocalabretta.it


Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 30 marzo 2011

Il monumento


 

…Ed Avevo una Terra Sul Mare, una zappa e una lenza.
Il Battesimo non mi servì, mi chiamavo “Obbedienza”.
La mia sola risposta era “Si, Sissignore Padrone Eccellenza”,
il mio unico Santo nel cielo, “Santa Pazienza”.
E quel pezzo di pane che mi dava il padrone
Normanno, Tedesco, Francese, Spagnolo e Borbone,
lo condivo con quattro fagioli, con un mezzo bicchiere di vino,
e dormivo con undici figli e mia moglie vicino.
Ma poi quel Conte, ragioniere a Torino,
mi disse un giorno “Ti presento Peppino”.
“Se ti vuoi riscattare davvero è arrivato il momento
di passare alla storia col Risorgimento”.
Il Monumento! il Monumento!
A Garibaldi per l’Unità.
E cosi spalancai ogni porta e cancello
al Fratello d’Italia con le piume al cappello.
Ma il fratello divenne il mio boia,
ogni donna di casa una troia,
per la legge che spoglia Gesù per vestire i Savoia.
Ed io, figlio del sud, fui chiamato “brigante”
e nassun Robin Hood mi salvò le mutande.
e baciato solo dal vento, dal vapore di un bastimento,
Mamma America mi asciugò le ferite ed il pianto.
E dalla padella di un Padre Padrone
finii nella brace di “Don Corleone”.
Ma la giacca dell’emigrante da quel momento
divenne un gessato coi bottoni d’argento.
Il Monumento! Il Monumento!
Per il Padrino dell’omertà!
E quando il paese mi vide tornare arricchito,
coi dollari in tasca e il brillocco sul dito,
fù un boato di felicità
“E’ ritornato lo Zio Pascià”
Sventolarono il Tricolore dell’Unità.
Ed avevano tutti la faccia di quel tricolore,
Verde di rabbia, Bianca di fame e Rossa d’amore.
Ed avevano i figli lontano
a Torino, a Treviso, a Milano,
per sentirli chiamare “Terroni” da un altro italiano.
Ma le campane dei sopravvissuti
non suonarono più per quelli caduti
e quel pezzo di terra e di mare cullato dal vento
nascondeva un milione di martiri sotto il cemento.
Il Monumento, il monumento…
…per quei caduti non ci sarà.
E nel cemento, le famiglie degli “Obbedienza”,
seppellirono pure la zappa e la lenza.
E nella piazza dell’Unità, tra due politici quaquaraquà,
fecero il Gran Monumento alla Libertà.
Ma sulla base del marmo eretto,
c’era una frase scritta in dialetto:
Quanno siente ca figlieto chiagne pecchè vò magnà,
mò ralle ‘nu piezzo e stà libertà

Quanno siente ca figlieto chiagne pecchè vò magnà,
mò ralle ‘nu piezzo e stà libertà

 

Brano segnalato da un carissimo amico

Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 27 marzo 2011

Una lettera per non dimenticare

G.mo Sig. Presidente,
Il mio nome è Rullo Emanuela e sono nativa di quella meravigliosa terra che si chiama Irpinia, Mentre le scrivo percorro la A1 in direzione Roma dove da ben ormai otto anni ho dovuto per motivi di lavoro stabilire la mia dimora, emigrata come la quasi totalità dei miei coetanei, saluto dopo un fine settimana le mie montagne e la mia famiglia.
Quest’anno Sig. Presidente mi si chiede di festeggiare la ricorrenza dell’unificazione di questo paese, dell’unità d’Italia.
Premetto che non sono monarchica e non auspico il ritorno di alcun sovrano, premessa quanto mai dovuta poichè purtroppo troppo spesso la voce dissenziente del mio popolo viene messa a tacere e sminuita con l’appellativo di nostalgica o monarchica, quando essa in verità, non esprime né l’uno né l’altro sentimento. Il recupero della verità storica che a 150 anni dovrebbe essere niente più che un atto di civiltà e democrazia e che non dovrebbe spaventare un paese unito, è un atto che viene richiesto unicamente per restituire dignità ed orgoglio ad un popolo e ad una terra e non per nostalgia. Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, temono il futuro: giunti al momento estremo, tardi comprendono di essere stati occupati tanto tempo senza concludere nulla scriveva Seneca
Ebbene, a quale futuro sig. Presidente, questo paese si sta preparando se a distanza di 150 anni ancora teme la propria storia? Se a distanza di 150 anni ancora la stessa è intrisa di menzogna e camuffata e nascosta ed oltraggiata?
Eppur dobbiamo festeggiare! Festeggiare senza ricordare i morti, senza ricordare i corpi esposti, i saccheggi, le bombe, le violenze, e festeggiare passando sopra gli insulti.
Studi accreditati che si sono susseguiti in questi 150 anni hanno dimostrato come in questo paese il divario non esistesse al momento dell’unificazione se non in misura minima e come esso invece sia andato formandosi proprio nel corso di questi 150 anni per effetto dello sviluppo di una economia di tipo dualistico. Devo citarLe Nitti, ancora oggi attualissimo? Devo citarLe i recenti studi pubblicati dalla Banca D’Italia, devo farle l’esempio della Germania che in dieci anni ha unito un paese che era diviso? E’ talmente evidente sig. Presidente come il mio popolo (che dovrebbe essere anche il suo) sia annichilito dal peso di questa mancata verità manipolata e trasformata in una colpa, in un peccato originale incancellabile, giustificativo perenne e risolutivo di un sottosviluppo che ha ben altre origini.
Devo festeggiare sig. Presidente gli insulti dei ministri di questo paese? Devo festeggiare la monnezza, e non mi riferisco ai rifiuti urbani quanto bensì, ai rifiuti tossici industriali e nucleari che avvelenano la mia terra e ne uccidono il futuro? Devo festeggiare i giovani meridionali che hanno lasciato la propria terra per trasferirsi nelle regioni del nord del paese, o devo festeggiare la disoccupazione e la criminalità organizzata che collusa con la politica crea catene che nessuno manifesta intenzione a spezzare? E ancora Sig. Presidente devo festeggiare che Matera nell’anno 2011 ancora non ha una stazione e l’alta velocità arriva solo fino a Napoli e che dopo Napoli si viaggia con il binario unico dove i moscerini vanno più veloci dei treni? E allora mi toccherà festeggiare anche che i soldi per l’ammodernamento e la messa in sicurezza del raccordo autostradale AV-SA sono scomparsi in corrispondenza della firma del protocollo di intesa fra Italia e Slovenia ove sono riapparsi per la progettazione della tratta ferroviaria tra Trieste e Lubiana, o che i fondi FAS che dovevano servire a favorire processi di sviluppo di zone sempre più povere e abbandonate a se stesse sono andati alla copertura delle multe sulle quote latte o alla realizzazione di interventi di ammodernamento della flotta di traghetti turistici per il lago di Como, non proprio una regione sottosviluppata o per la Agenzia alimentare a Parma?
E ancora Sig. Presidente mi toccherà pure festeggiare che in occasione di questo anniversario ben 145 milioni di euro sono stati spesi per un museo che offende il mio popolo quale il Museo Lombroso e questo mentre Pompei crolla e la Reggia di Carditello viene messa all’asta.
Non Le sto imputando colpe Sig. Presidente, il suo è un ruolo istituzionale, ma non potevo non manifestarLe la mia indignazione e illustrarLe i motivi per i quali mi spiace ma Io non ho proprio nulla da festeggiare, festeggiare qualcosa che per me non ha mai avuto luogo, perché unità non v’è mai stata e ancora tarda a venire.
Grazie R.E.

 

Fonte www.iocolibri.it

 

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Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 21 marzo 2011

“L’altro risorgimento nei film scomodi”

In questi centocinquanta anni di Unità d’Italia il cinema italiano ha più volte dedicato la sua attenzione agli eventi del nostro Risorgimento, cominciando con la breccia di Porta Pia raccontata nel 1905 da Filoteo Alberini nel film “La presa di Roma”, uscito giusto il 20 settembre per commemorare uno degli episodi simbolo dell’Unità d’Italia, e che fra l’altro fu il primo film proiettato pubblicamente in Italia, fino al recentissimo “Noi credevamo” di Mario Martone, vero e proprio affresco risorgimentale.
Fin dai suoi inizi, ed indipendentemente dal tipo di governi e regimi, dalla monarchia alla repubblica passando per il fascismo, la settima arte ha generalmente dato un’immagine eroica, edificante del Risorgimento e dei suoi protagonisti, attraverso numerosi film da Rossellini a Visconti, passando per De Sica, Blasetti, Brignone, Gallone, Rosi, Magni, per citare solo alcuni dei tanti autori che si sono cimentati con l’argomento.

I protagonisti positivi di tali pellicole sono sempre i patrioti, i cattivi per antonomasia sono sempre gli austriaci ed i loro “complici”, dipinti come veri e propri collaborazionisti degli invasori. Un aspetto, questo, che aumenta dopo la Seconda guerra mondiale, quando le similitudini tra patrioti e partigiani da una parte e tra austriaci e nazifascisti dall’altra sono numerose.

La televisione non si è sottratta a tale compito di “acculturazione” delle masse, e nei suoi mitici sceneggiati dei decenni passati ha percorso più o meno la stessa strada. Si tratti di cinema o di televisione, in generale pochissimo spazio è stato concesso alle ragioni di chi, per un motivo o per l’altro, era contrario all’Unità d’Italia o anche a come veniva realizzata. Lungi da rimpiangere in qualsiasi modo la disunità d’Italia, il Papato o i Borboni, ma pensando che sia necessario ricordare tutte le pagine della nostra storia, anche quelle “scomode”, andiamo ad elencare le eccezioni più significative alla vulgata generale sul Risorgimento, opere “revisioniste”, se vogliamo usare un termine molto di moda ed il più delle volte esaltato da una parte e demonizzato dall’altra.

Si comincia con “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, realizzato nel 1972 da Florestano Vancini su sceneggiatura fra gli altri di Leonardo Sciascia. Una rievocazione dei fatti di Bronte del 1860, quando i contadini all’arrivo dei liberatori in camicia rossa si erano ribellati ai signorotti locali, massacrandone alcuni e chiedendo la redistribuzione delle terre a chi le coltivava. L’arrivo dei garibaldini di Nino Bixio per ristabilire l’ordine, perché la spedizione di Garibaldi non può essere fermata da disordini sociali, e la fucilazione in nome della ragion di stato di alcuni contadini e del vecchio capo liberale antiborbonico estranei ai massacri verificatisi, ricorda molto le rappresaglie di innocenti compiute da tedeschi o fascisti durante la guerra civile e che fra l’altro anche Vancini aveva raccontato un decennio prima in “La Lunga Notte del ’43”. Ragion di stato e Unità d’Italia calata dall’alto, estranea alle ragioni degli abitanti di Bronte che rappresenta un po’ tutto il meridione, è un notevole cambio di prospettiva rispetto al senso comune insegnato fino ad allora, ma anche dopo, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Qualche anno dopo viene trasmesso dalla televisione “L’eredità della priora”, sceneggiato televisivo di Anton Giulio Majano, uno dei maggiori autori degli sceneggiati Rai per più di trent’anni, andato in onda su Rai Uno nel 1980, basato sull’omonimo romanzo di Carlo Alianello, e ambientato durante il periodo delle insorgenze e ribellioni, a seguito della conquista del regno delle Due Sicilie da parte dell’esercito piemontese dei Savoia. Lo sceneggiato racconta le storie di alcuni ufficiali borbonici, che per vari motivi si uniscono alla rivolta e alle bande dei briganti che sotto la guida di Carmine Crocco, si oppongono all’esercito piemontese. Abbiamo qui una condanna chiara ed inequivocabile del modo in cui è stato realizzato il processo di unificazione della Penisola, dipinto come una vera guerra civile, mascherata da repressione alla resistenza popolare antisavoia, con atrocità e barbarie perpetrate da entrambe le parti in lotta, tra cui l’esposizione di cadaveri dei ribelli per rappresentazioni fotografiche, o delle teste mozzate di presunti rivoltosi, ed altre azioni riprovevoli dell’esercito dei piemontesi, tutti fatti storicamente provati ma parafrasando Vancini quasi mai raccontati al cinema o sui libri di storia.

Concludiamo la nostra breve carrellata con “Li chiamarono… briganti!” un film diretto nel 1999 da Pasquale Squitieri, incentrato sulle vicende del brigante lucano Carmine Crocco e della sua banda, con toni forse un po’ agiografici, tali da far diventare il film quasi un manifesto per i sostenitori delle tesi antirisorgimentali. La pellicola una volta uscita venne quasi subito ritirata dalle sale, non ne esistono copie ufficiali su vhs o dvd e non è mai stata trasmessa in tv, a differenza di Bronte o dell’Eredità della Priora, che passano ogni tanto sui canali Rai ad orari impossibili o sul satellite.

Chi volesse comunque vedere integralmente questo film, può armarsi di sana pazienza, andare su Youtube, digitare “Li chiamarono… briganti!” e ritrovare così tutti gli episodi, opportunamente numerati, in cui è stato diviso il film per essere inserito sul famoso sito per la condivisione di video
(link del finale con la struggente ed emozionante interpretazione di Lina Sastri http://www.youtube.com/watch?v=RjYZtxMhMHs). Una censura non formale ma di f atto, superata in durezza forse solo da quella operata contro “Il Leone del deserto” di Moustapha Akkad. Un film realizzato nel 1981 finanziato dal colonnello Gheddafi, e che narra la resistenza dei libici di Omar Al Moukhtar agli invasori italiani, di cui vengono descritte con dovizia di particolari le atrocità (fucilazioni di prigionieri, stragi di civili, uso di gas asfissianti, campi di concentramento). Fatti storicamente accertati, ma che non impedirono il divieto assoluto di proiezione del film in Italia per oltre un trentennio in quanto, come dichiarò nel 1982 il ministro Giulio Andreotti tale pellicola «Danneggia l’onore dell’esercito». Il film è stato trasmesso in Italia per la prima volta, esclusa una fugace apparizione in un festival cinematografico a metà anni ’80, solo nel 2009, ma da Sky cinema non dalla televisione pubblica.

Raffaele Morani

 

P.S. Aggiungo una postilla all’articolo per segnalare che finalmente è possibile richiedere il film ”Li chiamarono… briganti!” del maestro Squitieri (copia di lavoro fuori commercio).
Chiunque fosse interessato all’acquisto può inviarmi un messaggio privato o contattarmi all’email
codispotiemanuele@libero.it. Sarò felice di mettervi in contatto direttamente con la figlia del regista.

Vi segnalo inoltre che sabato 26 marzo 2011 alle ore 17 si terrà a Locri, presso il “Palazzo della Cultura” (dietro il Municipio) il convegno “Il Bilancio di 150 anni: come il Meridione divenne una colonia – La distruzione del sistema produttivo meridionale”

 


Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 19 marzo 2011

Roma – piazza del Pantheon, 17 marzo 2011


Il 17 marzo, mentre il Presidente della Repubblica, con tutte le altre autorità, si accingeva a rendere omaggio alla salma di Vittorio Emanuele II, dal balcone centrale di un albergo situato proprio di fronte al Pantheon, il giovane Gaetano Siciliano, messinese residente da anni per lavoro in provincia di Reggio Emilia, esponeva un cartello di dissenso, pacifico, alla manifestazione.
Il cartello è stato bruscamente ritirato dopo pochi minuti da agenti di polizia, forse per motivi di ordine pubblico, e l’uomo è stato minacciato di denuncia, non si capisce per quale reato, visto che l’art.21 della Costituzione recita “
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Piuttosto che rendere omaggio ad un uomo che nell’agosto del 1862 decretò lo stato d’assedio, permettendo così l’eccidio di oltre 260.000 uomini,
“Un Presidente della Repubblica avrebbe dovuto recarsi a Genova e ricordare l’eccidio del 1849, avrebbe dovuto recarsi a Castellammere del Golfo in provincia di Trapani a ricordare le lotte dei contadini repubblicani repressi dal generale Quintini nel 1862; avrebbe dovuto recarsi a Palermo, dove nel 1866 i Savoia repressero nel sangue la rivolta del sette e mezzo, mietendo oltre cinquemila morti; Il presidente della repubblica avrebbe dovuto recarsi a Recalmuto e in altre città siciliane schiacciate da uno stato d’assedio da parte di Francesco Crispi, utilizzato dalla borghesia del Nord per la causa liberale. Morirono centinaia di contadini, con tra le mani la bandiera rossa repubblicana. Avremmo preferito che il presidente della repubblica si fosse recato a Pontelandoflo, a Casalduni, a San Vittorino, a Leofaro, a Mozzano, a Gioia del Colle, a Vieste, a Battipaglia, ad Avola, a Bologna, alla Banca dell’Agricoltura, a Brescia, a San Benedetto del Tronto, dove il regime liberal massonico ha determinato stragi, che sono continuate, senza soluzione di continuità dal 1860.” (Antonio Ciano, su partitodelsudnapoli.blogspot.com)
In fondo, come scrive una donna fiorentina sul suo blog “abbandonare tara”, Se avessimo meno prosciutto sugli occhi e maggior consapevolezza storica, se avessimo imparato qualcosa dalla storia e non dalla narrazione fattane dai vincitori (dai Savoia, sì: e sappiamo tutti cosa diciamo quando parliamo dei Savoia di allora e di ora!) ci saremmo ormai liberati dalla retorica patriottarda, tanto incrementata dal fascismo.
Sappiamo di cosa parliamo quando continuiamo ad usare la parola “brigantaggio” per definire la lotta di resistenza delle popolazioni del Sud contro il pesantissimo giogo dei Savoia?
A chi mi parlerà di tricolore e di Garibaldi “santo subito”, risponderò se sa chi era
Pietro Fumel.
Possiamo, per favore, smetterla di essere schiavi di una retorica e di una agiografia anti-storiche e anti-italiane?
Anti-italiane, sì, perché da allora esistono una Italia di serie A e una Italia di serie B, buoni e cattivi, settentrionali e meridionali, stereotipi e razzismi. […]
Mi voglio sentire libera di pensarla con la mia coscienza storica ed etica anche di fronte al ricatto leghista.
La mia idea di unità d’Italia la festeggio il 25 aprile.”

Per concludere volevo segnalare a tutti gli amici romani un interessante appuntamento teatrale


Lo spettacolo nasce esplicitamente dall’esigenza di divulgare il contenuto dell’omonimo libro di PINO APRILE.
La necessità di far conoscere al maggior numero di persone la storia dell’unità d’Italia, della sua economia, di quanto fin’ora taciuto dalla storiografia ufficiale sugli eccidi compiuti durante la cosiddetta “lotta al brigantaggio”, sugli squilibri tra nord e sud su cui fu basata tutta l’economia del nascente Regno D’Italia, su come di fatto l’unità d’Italia fu un atto di conquista sleale e scorretto da parte del Piemonte a danno del Regno delle due Sicilie. Se non si ristabilirà la verità su ciò che è accaduto 150 anni fa l’Italia non vivrà mai alcuna pacificazione. La creazione di una supposta e sostenuta minorità Meridionale è l’atto più grave che i fratelli del nord hanno fatto ai danni dei fratelli del sud, ancora esiste a Torino il museo Lombroso, che aveva trovato (a dir suo) il cranio del delinquente naturale vicino Catanzaro. Di come ancora oggi la differenza di trattamento tra nord e sud sia marcata, dell’assenza totale di infrastrutture nel mezzogiorno e della deliberata volontà di mantenere il Sud in una condizione coloniale, poichè questo è stata sin dall’unificazione e da colonia viene ancora trattata.
Dalla presa di coscienza si spera poi un risveglio culturale e una riscossa, politica, economica, sociale.


L’appuntamento è lunedì 21 Marzo 2011 a Roma presso il
Teatro Quirino, via delle Vergini 7

Info e prenotazioni 06.6794585

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