Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 3 giugno 2008

Inferno, canto III’

Fa caldo… un caldo bestia!

I villaggi sono ormai aperti da 10 giorni e gli stabilimenti balneari hanno iniziato a preparare le spiagge.

E’ ufficiale: è iniziata la stagione estiva. Stagione di bagni, feste e grandi eventi.

E visto che quello che scrivo, già abbastanza fastidioso, col caldo finirebbe per diventare una insopportabile rottura di palle, ho pensato di inaugurare la stagione culturale con una parentesi (forse breve) sulla letteratura italiana.

In attesa dei grandi concerti ed eventi ufficiali che coinvolgeranno il nostro paese, colto da questo attacco di “culturite acuta”, ho pensato di intrattenervi anch’io con qualcosa di culturalmente elevato… di idilliaco… un passo di quella che è l’opera più grande ed alta della letteratura italiana. Sarà che il mio professore delle superiori amava leggerla (ed era un piacere ascoltarlo), sarà la recente interpretazione di Benigni in televisione, fatto sta che la Divina Commedia ha nella sua poesia un fascino unico.

Dapprima indeciso sul passo da scegliere ho pensato poi che sarebbe stato opportuno partire da là dove il sommo aveva iniziato il suo viaggio e quindi dall’inferno. Quelle riportate di seguito sono alcune tra le più famose terzine del libro, note ai più per la frase finale… ma non perdiamo altro tempo e andiamo al dunque.

 

 

 

 

« E io ch’avea d’error la testa cinta,

dissi: "Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?".

 

Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

 

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

 

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli".

 

E io: "Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?".
Rispuose: "Dicerolti molto breve.

 

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

 

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa". »

 

 

                                                          (Dante Alighieri, Inferno III, 31-51)

 

 

 

 

Durante la narrazione del suo ipotetico viaggio nel regno dell’oltretomba, con la testa piena di error (di dubbi), Dante Alighieri chiede a Virgilio che cosa siano questi suoni, questa gente che sembra così vinta dal dolore.

Virgilio inizia così a spiegare il luogo nel quale si trovano, l’Antinferno, dove sono punite miseramente le tristi anime che vissero sanza ‘nfamia e sanza lodo.

I cosiddetti ignavi, aspramente descritti nel Canto III dell’Inferno, sono coloro che durante la loro vita non agirono mai né nel bene né nel male, senza mai osare avere un’idea propria, ma limitandosi ad adeguarsi sempre.

Dante li inserisce qui perché li giudica indegni di meritare sia le gioie del Paradiso, sia le pene dell’Inferno, a causa proprio del loro non essersi schierati né a favore del bene, né a favore del male.

Tra questi uomini vi sono gli angeli che, al tempo della rivolta di Lucifero, non presero né la parte di Lucifero né quella di Dio, ma si ritirarono in disparte estraniandosi dai fatti della rivolta. Un’invenzione puramente dantesca, ispirata forse da leggende popolari, che non ha echi precedenti né scritturali né nella patristica.

Questi dannati sono cacciati dal cielo, perché ne rovinerebbero lo splendore, e nemmeno l’inferno li vuole, perché i dannati potrebbero gloriarsi rispetto ad essi, avendo essi almeno scelto, nella vita, da che parte stare, sia pure nel male.

Dante chiede anche perché essi si lamentino così forte e Virgilio gli risponde spiegando la loro pena: senza speranza di morire (terminando così il loro supplizio) essi hanno qui un’infima cieca vita che fa invidiar loro qualsiasi altra sorte; nel mondo non lasciarono alcuna fama, sdegnati anche da Dio (misericordia e giustizia)… Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Con la tecnica del contrappasso, qui trovata per la prima volta, Dante riesce a creare immagini reali e rende al lettore i sentimenti che affiorano lenti fra le righe della Commedia, inquadrando l’opera della giustizia divina.

E mentre i due passano ignorandoli, Dante descrive comunque la loro pena: sono costretti a girare nudi per l’eternità attorno a una ‘nsegna (in senso militare, come una bandiera, da alcuni interpretata, visto il tono del canto, come un cencio senza valore) che corre senza posa, punti da vespe e mosconi. Il loro sangue, unito alle loro lacrime, nutre il tappeto di vermi che si trova ai loro piedi e si mescola al fango dell’Inferno, come se questi dannati fossero dei cadaveri, morti viventi sepolti vivi, col corpo straziato dagli stessi vermi.

La pena è più degradante che dolorosa e Dante insiste sulla loro meschinità: non è a caso se definisce queste anime come quelle di peccatori "che mai non fur vivi".

Il disprezzo del poeta verso questa categoria di peccatori è massimo e completo. Tanto accanimento si spiega, dal punto di vista teologico, perché la scelta fra Bene e Male deve obbligatoriamente essere fatta, secondo la religione cattolica. Dal punto di vista sociale, inoltre, nel Medio Evo lo schieramento politico e la vita attiva all’interno del Comune erano quasi sempre considerate tappe fondamentali ed inevitabili nella vita di un cittadino. Se l’uomo è un essere sociale, chi si sottrae ai suoi doveri verso la società non è degno, secondo la riflessione dantesca, di stima ed ammirazione.

Quella degli ignavi è una schiera così grande che Dante non avrebbe nemmeno mai creduto che la morte ne avesse mai uccisi così tanti.

 

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Responses

  1. Se cosi è…ho come l’impressione che Sant’ Andrea pagherà un IMPONENTE TRIBUTO…


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