Pubblicato da: Emanuele Codispoti | 1 aprile 2008

FABALLINO aspetti di una storia dimenticata

Prima di entrare in argomento, riteniamo indispensabile premettere qualche utile e doverosa considerazione.

Sono trascorsi quasi dieci anni da quando, per la prima volta, abbiamo meditato ed affrontato attentamente il problema dei morti di Faballino e quelli del parcheggio di S. Nicola.

L’Amministrazione Comunale del nostro paese in quel tempo (1992), era gestita dalla Commissione Straordinaria imposta dal Presidente della Repubblica e da allora: promesse, giuramenti ed impegni mai mantenuti; lusinghe e speranze senza fondamento.

Siamo ancora qui, irriducibili e tenacemente ostinati, a portare a dovuto compimento l’obbligo morale con cui abbiamo impegnato la nostra coscienza ed il nostro senso del dovere e nulla riuscirà a dissuaderci dalle nostre idee fintanto che tutto non sarà risolto nei termini dovuti.

Amministrare un comune non è solo un problema matematico di far quadrare il bilancio né, tanto meno, un tornaconto personale basato su calcoli di convenienza; curare gli affari pubblici significa, innanzi tutto, affrontare con equanimità nobiltà d’animo e doveroso rispetto, le condizioni e le situazioni che ogni uomo, in quanto tale, prospetta e manifesta.

Bene. Ciò detto e considerato, entriamo nel vivo della ragione che ci ha spinti a dimostrare e sostenere la verità di un principio sacro e inviolabile nella speranza che amministratori, associazioni culturali e mortali cittadini possano attentamente riflettere e valutare la cruda realtà di questa storia.

La frana di Faballino è la voragine più angosciante ed estesa del territorio di S.Andrea Jonio e le sue viscere, in continuo movimento, hanno divorato e digerito di tutto: rifiuti domestici, scarti di mattatoio, carrozzerie di automobili, materiale di risulta dei cantieri edili, carcasse di animali morti, suppellettili disusati di ogni genere.

E’ sempre corsa fama che in tempi remoti, in questo inquietante precipizio, venissero gettati i corpi delle persone morte ma noi questa formulazione, priva di riferimenti concreti, la rigettiamo categoricamente per la semplice ragione che ancor prima che S.Andrea sorgesse sull’attuale collina il culto dei morti fosse già conosciuto da millenni.

Questa infame funzione Faballino l’assunse a metà degli anni ’60 ed esprime, ancor oggi, una delle pagine più crudeli e tormentate della storia andreolese.

Ma seguiamo con ordine gli aspetti inquietanti di questa travolgente vicenda, da sempre conosciuta e accantonata, volutamente dimenticata.

E’ palesemente documentata la tumulazione dei nostri antenati, all’interno delle chiese del paese, nel tempo anteriore all’inaugurazione dell’attuale cimitero comunale (Aprile 1890); è meno noto, però, il detestabile sacrilegio che i loro corpi hanno subito nel corso degli anni e la terrifica dinamica che ha portato a disperdere i resti dei nostri familiari nei recessi più impensati ed impensabili.

L’incuria, la leggerezza e l’irresponsabile condotta umana hanno principio con la demolizione della Chiesa di Tutti i Santi, nei pressi della Grangia dei Certosini.

Il piccolo luogo sacro, regalato dalla Contessa Berta di Loritello nell’anno di grazia 1114 ai Monaci Certosini di S. Brunone, già sospeso dalle funzioni religiose nel 1806, fu civilmente demolito ed i cadaveri in esso tumulati furono dispersi insieme allo sterro della fabbrica. Negli anni ’70 una parte della sua superficie fu profanata per dare posto alla costruzione di alcuni garage, tuttora in uso ed in bella vista.

Fu così per la Chiesa di S. Maria in Arce, la Chiesa dell’Oratorio, costruita nel 1629 e crollata nel devastante terremoto del 1783. Durante la sua ricostruzione (1850) il piccolo cortile ubicato dietro di essa, destinato a Limbo, al seppellimento cioè dei bambini morti senza battesimo, fu spalato ed i piccoli corpicini furono rimossi e gettati via, come roba vecchia, insieme al materiale di scavo.

La stessa mala sorte toccò alla Chiesa Matrice, edificata nel 1725 sulle mura esterne di un più antico castello, rasa al suolo nel 1965 col consenso delle autorità ecclesiastiche e amministrative e subito ricostruita sulle basi scandalose di un nuovo progetto che stravolse l’assetto urbanistico dell’intera zona e cancellò secoli di storia di una comunità che in essa ed intorno ad essa aveva visto crescere e progredire intere generazioni.

La sua demolizione, giustificata da falsi e inesistenti cedimenti strutturali, procurò solo endemiche e flebili reazioni che non ebbero la forza di scuotere l’opinione pubblica; la gente passava piegata e ammutolita al fianco delle ruspe demolitrici dell’Impresa Zinnato accennando a malapena un furtivo segno di croce, come se volesse discolparsi delle scelleratezze di quello scempio. Col senno del poi sono piene le fosse; e qualcosa si mosse, alla fine, solo alla fine, quando le ruspe profanarono e dilaniarono con i loro freddi tentacoli i corpi sepolti sotto la pavimentazione e negli scantinati più profondi.

Bastianu (Sebastiano), il responsabile del cantiere, sbraitava e sbracciava contro i camionisti per incitarli a correre più in fretta, col loro carico di ossa umane, verso la discarica di Faballino.

Finì tutto in quell’abisso: chiesa, morti, storia e memoria.

Per ammansire le voci di protesta che si alzarono alla vista della vergogna che si era ormai compiuta, gli ultimi viaggi furono deviati verso il cimitero; la voce si sparse rapidamente e molti, spinti dalla curiosità, menarono verso il luogo sacro.

I camion alzavano i loro cassoni e tutto il carico scivolava in basso; un’immonda mescolanza di terra, annerita dalla putrefazione dei cadaveri, si impastava a teschi, vestiti lacerati, conci di muratura, lastre di marmo, ossa umane, resti di scarpe, porcherie di ogni genere.

I pochi operai, guidati dal responsabile del camposanto, smistavano le ossa dal resto dell’accozzaglia ammassata.

Alcuni scheletri erano ancora interi, probabilmente quelli tumulati nelle zone più in profondità che in mancanza di ossigeno si erano conservati meglio, quelli che non avevano subito il paziente intervento dei scarramùarti: uomini pagati per rimuovere i cadaveri consumati del tempo e sistemarli negli ossari (la torre e, più tardi, il Cimitiaddhu); altri erano conservati così bene da far capire esattamente com’erano stati disposti e preparati prima della sepoltura: gli uomini indossavano pantaloni di tessuto scuro, molto ruvido, e giacca o casacca di spartana fattura; il corpo era legato alle caviglie ed ai polsi, probabilmente per evitare che gli arti si aprissero e ostruissero lo spazio della fossa, infilato in un sacco di àsili (ottenuto dalla lavorazione della ginestra) e legato all’orlo da una corda. I più indigenti erano chiusi nel sacco completamente nudi.

Le donne, insaccate come gli uomini, indossavano un vestito chiaro, tessuto ai telai locali, che le copriva dal collo fino alle caviglie.

In tutto quel miserando cibrèo di diversa materia il fatto più clamoroso fu il ritrovamento dei resti di una donna.

Il cadavere era incartapecorito, sembrava mummificato; il vestito, seppur lacerato, conservava ancora la vivacità dei colori originali. Al collo rimaneva ancora appesa una medaglietta in alluminio con l’immagine della madonna ed un piccolo amuleto di minute palline colorate cucite con maestranza su un triangolino di stoffa; tra le dita delle mani, accuratamente intrecciata, la collana del rosario, in sfere d’osso tendenti al giallo opaco.

Indossava una camicetta bianca ricamata ai polsi e al colletto ed una lunga sottana, anch’essa bianca, con nastrini variopinti che ornavano il bordo inferiore. Anche le scarpe, si vedeva chiaramente, erano di buona fattura artigianale. Sul, cranio una discreta quantità di capelli, di taglio corto e di colore castano.

Il corpo essiccato ed ottimamente conservato faceva pensare ad un fisico gentile e garbato, perfettamente plasmato e modellato da madre natura che, pur dopo diversi secoli di riposo eterno, aveva saputo conservare le fattezze di un seno già sviluppato e di una regione pubica ancora ricoperto di peli che, nella sua dolorosa spettacolarità, conservava nondimeno il pudore ed il riserbo di un’innocenza non corrotta.

Fu tutto messo da parte, anche quello che si scartò nei giorni successivi; le ossa furono portate all’interno del cimitero ma nessuno sa, né risulta in alcun documento, dove e come furono sistemati.

Il resto è là, nel ventre di Faballino, insieme agli elementi architettonici della Matrice, che aspetta noi, indegni discendenti e incapaci di prendere una seria decisione che porti a definitiva e civile risoluzione di questa avvilente vergogna.

Ancora, lo stesso tragico destino toccò alla Chiesa di S. Nicola, anch’essa situata nei pressi della Grangia dei Certosini. Di origini molto antiche, fu ricostruita dalla Baronessa E. Scoppa e benedetta nel 1912. Nel 1947 il terremoto la rese nuovamente inusabile ed i ruderi rimasti furono rasi al suolo nel 1976.

Tutta la sua superficie fu spianata e ricoperta da un notevole strato di calcestruzzo per creare un miserabile parcheggio pubblico, tutt’oggi usato specie nel periodo estivo.

Dei morti seppelliti in questo luogo nessuno tenne conto durante i lavori ed i loro corpi sono ancora là sotto, a sopportare le ulteriori offese degli ignari andreolesi che vi parcheggiano la propria macchina.

Infine, nessuno può sapere se anche nella piccola Chiesa di S. Barbara, a suo tempo ubicata nel Rione Malaria, venissero seppelliti i morti. Quello che si sa è che questa chiesa subì una prima modifica, intorno al 1860, ad opera dell’Arciprete Raffaele Spasari che pensò bene ad usare i suoi locali per realizzare la propria dimora ed una successiva, intorno al 1890, che la ridusse ad ambulatorio comunale al piano superiore ed a cessi pubblici a quello inferiore.

Secondo un’attenta ricerca basata sulle certificazioni dell’Archivio Parrocchiale e quello Comunale, di cui si allega copia, i morti in questione sono complessivamente 7254, di cui:

7108 provenienti dalla Chiesa Matrice e finiti a Faballino;

146 che si trovano ancora sotto il parcheggio pubblico della Chiesa di S. Nicola.

In conclusione, con riferimento ad una serie di valutazioni condotte su attenti e speculari sopralluoghi effettuati nell’area di Faballino, possiamo affermare con assoluta certezza che esistono concrete possibilità di recuperare buona parte dei resti e degli elementi architettonici, alcuni di rilevante fattura artigianale, che si trovano in questa area.

E questo è tutto. E’ la dolorosa cronaca di una storia lasciata scivolare nell’indifferenza; nell’indolenza dei cultori dell’etica e dei falsi maestri di dottrine morali; nella freddezza degli amministratori ingolfati negli intrighi politici e nei litigi di parte; nel distacco assurdo ed illogico di chi sapeva ed ha taciuto.

Alla luce evidente della realtà dei fatti, la responsabilità a cui siamo chiamati non ammette dubbi ad ulteriori ipocrisie e ognuno di noi è obbligato, senza deroga alcuna, a rendere conto del proprio operato.

Salvare la memoria architettonica della Chiesa Matrice è un atto d’amore verso l’arte e la cultura; recuperare i resti dei nostri antenati da un luogo così immondo è un obbligo civile che ci redime dallo stato di avvilimento in cui siamo caduti, oltre naturalmente, ad un significativo segnale verso le generazioni future.

Una collettività insensibile ed incapace di conservare la propria storia non ha e non può avere possibilità di progredire.

 

 

 

Quella che avete appena letto è la ricerca/denuncia scritta da Alfredo Varano e Armando Vitale,  pubblicata nell’agosto del 2001.

A queste poche pagine segue un lungo elenco, di nomi, cognomi, soprannomi, parentele, età, data e luogo di sepoltura (58 pagine in tutto).

Si tratta di una vicenda a dir poco scandalosa che, al solo pensiero, fa venire i brividi ed alla quale non ci sarebbe da aggiungere altro se non quelle poche considerazioni e domande che spero anche ognuno di voi si porrà nei prossimi giorni.

A sette anni quasi dalla presentazione del libro (totalmente finanziato dall’attuale Amministrazione) pare che ancora non si sia mosso nulla.

Ma le foto parlano chiaro. I resti si trovano a poche decine di metri dalla strada ed il loro recupero non dovrebbe essere un’impresa faraonica di decenni e milioni di euro.

Rispetto ad altri punti della zona, che sono invece spesso soggetti a frana, la collinetta, formata dai detriti della chiesa, è molto stabile e sembra non essersi “mossa” nel corso degli anni.

Credo sia normale quindi chiedersi a che punto sia la situazione.

Se è stato presentato un progetto per il recupero dei resti dei NOSTRI antenati e delle parti architettoniche della Chiesa Matrice.

Se sono state richieste o trovate le risorse per effettuare tale recupero.

Se è stata già recuperata qualcosa.

Infine se si è pensato alla realizzazione di una cappella o di un mausoleo dove sistemare i resti.

 

 

 

 

          “Successe dunque che nel pieno di una bella notte

               tutti i cervelli si appesantirono, così che l’indomani

                     ognuno si svegliò senza il minimo ricordo del passato"

                       

                                                         (Voltaire: Avventura della memoria)

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Responses

  1. Ciao Manu,inanzitutto voglio darti i complimenti per il servizio che andava fatto tanto tempo fa’…..comunque non voglio fare polemiche inutili…..Questa storia "FABALLINO" andava gia’ recuperata da molto tempo…..E’ una vergogna, che in tutti questi anni non si sono presi dei provvedimenti in merito di priorita’ massima…..comunq speriamo in un recupero parziale di alcuni reperti e nell’esposizione dentro un museo….
    Ti saluto….continua cosi’ perche tutti questi problemi vanno evidenziati per almeno sperare di risolverli!!!!Ma’ speriamo davvero!!!
    Ciao

  2. in questo caso si che vedrei una mobilitazione di massa inferocita che faccia rizzare i capelli ad amministratori preti vescovi e forze dell’ordine, ma qui vige la legge della tranqullità interiore di ognuno di noi… come diceva un nostro avo… "mi ‘ndà futta a mia!!!"  e come al solito "u c… ‘n… ad artu è nu filu d’arìganu"

  3. Caro Domenico, hai perfettamente ragione!Ci vorrebbe una mobilitazione di massa, su alcune cose si dovrebbe scendere in piazza, per le strade e urlare le verità che da anni ormai sono dimenticate, altro che tranquillità interiore! Chissà, magari si riuscirebbero a recuperare anche i resti di quel nostro avo che hai citato… Come dice Roberto SPERIAMO DAVVERO!!!

  4. Bravo, hai fatto bene a riportare alla luce questa storia, i monumenti e le opere d’arte sono quello che ci distingue dal resto del mondo, a cucinare e a fare i vestiti hanno imparato pure i cinesi!! ( con tutto il rispetto per i cinesi). Complimenti per la citazione di Voltaire, d’altronde larga parte della gente capisce di avere perso qualcosa di valore inestimabile solo quando questa non c’è piu’… e ti rispondo con un’altra citazione di Voltaire, dal Candid ( Candido): "Tutta la piccola società prese parte in quel lodabile disegno; ciascuno si mise ad esercitare i suoi talenti. La piccola terra fruttò molto. Cunegonda era invero ben deforme, ma ella divenne un’eccellente pasticciera; la vecchia ebbe cura della biancheria; Pangloss diceva qualche volta a Candido. – Tutti gli avvenimenti sono concatenati nel miglior de’ mondi possibili, perchè finalmente se voi non foste stato scacciato a pedate da un bel castello per amor di Cunegonda, se voi non foste stato messo all’Inquisizione, se non aveste scorso l’America a piedi, se non aveste dato una stoccata al barone, se non aveste perduto tutti i vostri montoni del buon paese d’Eldorado, voi non mangereste qui dei cedri canditi e de’ pistacchi. – Benissimo detto, rispondea Candido, ma intanto bisogna coltivare il giardino". Illuminiamoci gente, illuminiamoci.. che non viviamo nel migliore dei mondi possibili.
    Un saluto ai lettori del blog. Gianluca Frustaci.   Pisa.

  5. Ciao Gianluca,
    grazie per il commento ed il sostegno, ma, visto che me ne dai l’occasione, permettimi una piccola puntualizzazione, così rispondo anche a quanti, direttamente o via mail, mi hanno ringraziato per aver puntato il faro su questa triste e buia pagina della nostra storia. Non voglio prendermi meriti che non sono miei, io ho soltanto riportato una ricerca che è stata effettuata da altri, aggiungendo poche considerazioni ed incorniciando il tutto con le foto che, come sempre, rendono meglio i concetti. Anche la citazione di Voltaire non è mia, ma è la frase che apre, dopo la breve introduzione del Dott. Stillo, la ricerca di Alfredo e Armando. E’ a loro che vanno i vostri complimenti… e a te i miei, per la tua citazione di Voltaire. Se non lo coltiviamo questo nostro giardino, finiremo col non raccoglierne più di frutti.

  6. Il libro di Armando e Alfredo è stato pubblicato quasi 7 anni fa e in tutto questo tempo non è successo assolutamente niente. Personalmente credo che negli andreolesi sia presente un forte senso di colpa e una non troppo recondita voglia di non parlare di quello scempio. Naturalmente mi riferisco a quei paesani che all’epoca erano adulti e oramai settantenni o giù di lì. La buonanima di mio padre (all’epoca sedicenne) mi raccontava che allora quasi nessuno si rese conto di ciò che si andava a perdere (come spesso avviene ci si rende conto dell’importanza di qualcosa quando la si perde), e a sua memoria nessuno scese in piazza per protesta, del resto si credeva in buona fede che la chiesa fosse pericolante e pericolosa. Chi invece sapeva perfettamente cosa succedeva era di certo la gerarchia ecclesiastica, sapevano bene cosa andavano a demolire e sapevano bene delle sepolture pre 1890.Tornando ad oggi, chi potrebbe assumersi l’onere di una campagna di scavi a fabballino? Non certo il ministero dei beni culturali, visto che di archeologicamente rilevante c’è ben poco e se avesse soldi da spendere li userebbe per scavare Scolacium o Kaulon, men che meno il Comune si potrebbe accollare tale onere.Potrebbe farlo la chiesa, non tanto per il recupero di qualche manufatto, quanto per dare degna sepoltura a quei poveri resti. Ma procedere in questo senso sarebbe, per la chiesa, come ammettere un proprio errore e in genere la chiesa ha tempi un tantino più lunghi per ammettere i propri errori, secoli in genere, vedi l’inquisizione, i processi e i roghi per stregoneria, Galileo… etc…
     


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